Tradurre Stelian Tănase

Breve introduzione alla letteratura romena e alla traduzione

Stelian Tănase | October 06, 2008
Critic: Jean Harris
Translated by: Anita Natascia Bernacchia

 

Ogni qual volta mi trovo a tradurre un testo romeno, mi rendo conto che sto traducendo una cultura. Succede a tutti la stessa cosa. Un testo in francese (aramaico, cinese) esiste in un ambiente culturale, e se l'alchimia e la logistica sono dosate con precisione, la versione italiana, o inglese, o americana sarà avvolta da un'aura di francesità  – o almeno questo è quello che spera il traduttore.

            Se guardiamo alla letteratura romena, la situazione è piuttosto critica. E' risaputo che nel senso più ampio, non letterario, la cultura romena è terra incognita in molti Paesi, e dunque il traduttore si trova ad affrontare la doppia sfida di trasmettere aspetti della cultura, intrinseca al testo, e di creare un lettore ideale in lingua straniera -  il che equivale a trovare dei genitori adottivi perfetti per un bambino nato in un Paese lontano e cresciuto in quella cultura.

            Tesi: un romanzo dovrebbe penetrare in noi lettori senza bisogno di spiegazioni. Antitesi: è pur vero che americani, italiani, francesi leggono le rispettive letterature con tutto un armamentario di libri, cultura, storia alle spalle. Argomenti condivisibili da entrambe le parti. Eppure noi leggiamo Dostoievskij, con tutte le note a pié di pagina possibili e immaginabili. Tuttavia, da persona   protettiva e pignola quale sono, credo che ci siano alcune cose che i futuri lettori di letteratura romena potrebbero voler sapere.

             Descrizione in pillole: i romeni sono aperti e cordiali nelle situazioni sociali. Puoi venire a sapere tutto su una persona nei primi cinque minuti, e da te ci si aspetta il medesimo tipo di confidenza. Raccontare storie è un tratto distintivo della vita sociale, e questo vale sia per un senatore, che per un tassista o un contadino. Colui che arriva in Romania da fuori si accorge da subito della spiccata tendenza dei romeni a farsi conoscere e a dire da dove si proviene, fino ai nonni e persino più in là nel tempo. Tale inclinazione si coniuga con la tendenza a ricordare diffusamente ad alta voce. Una tipica festa romena non è certo l'occasione per consolidare il proprio status sociale. Conosciamo i parenti degli altri e i problemi di tutti. Le persone si organizzano rapidamente in un gruppo che assume il valore di un unicum. Sarebbe necessario un volume di antropologia per spiegarlo, ma i fatti storici vi hanno senz'altro contribuito, e reputo necessario parlare di questi aspetti in questa sede, poiché quel che anima i costumi anima anche la prosa. Conclusione: la Romania è la capitale mondiale delle storie.

            In questa prospettiva, il romanzo (e i suoi antecedenti, risalendo fino ad Omero) affronta l'avanzamento dell'individuo in una società in mutamento - verso l'alto o verso il basso. Uno dei motivi per cui leggiamo è per vedere come l'individuo si intreccia con la trama sociale. L'elemento sociale contribuisce ad elevare la storia al disopra del pettegolezzo o del kitsch. Non è un caso, ad esempio, che gli anni migliori del romanzo britannico coincidano con la distruzione dei valori rurali, con l'affermazione degli industriali e la nascita di una classe lavoratrice. Dickens e Trollope sono due facce della stessa medaglia, e la loro materia è l'evoluzione dell'individuo in una società che attraversa rivolgimenti sociali sempre più rapidi.  

Accelerate il cambiamento oltre la capacità di sopportazione dell'animale umano, e avrete la frammentazione post-moderna. Ma la Romania non è la Gran Bretagna. In questo Paese, gli ingranaggi del cambiamento sociale hanno funzionato in stile balcanico. 

            Siamo nella capitale mondiale delle storie perché siamo nella capitale mondiale dei cambiamenti di regime. La festa comincia quando i Romani conquistano i Daci. Già nel Medio Evo, i romeni sono distribuiti in tre regni – Transilvania, Moldavia e Valacchia – ognuno dei quali affronta avversari di portata imperiale, e precisamente: gli austroungarici ad ovest, i russi ad est e i turchi a sud. La storia romena è dunque una storia di fuga dalla dominazione di imperi vicini. E' anche una storia di principi che si uccidevano per accaparrarsi il potere disponibile. Abbiamo a che fare con  una storia di territorio conquistato e perso di nuovo. Ma anche con una storia di conservazione della cultura, e di unificazione finale.

            Un po' di date: nel 1856 la Valacchia e la Moldavia si uniscono con uno stratagemma: entrambe eleggono lo stesso re. Nel 1877 re Carol vince la guerra di indipendenza contro i turchi. Tra il 1877 e il 1914 la Romania vive alcuni decenni di stabilizzazione, diviene uno stato moderno, compie progressi significativi nell'industria, nell'agricoltura, nell'istruzione. La letteratura romena moderna vive uno dei suoi momenti migliori. La fine della Prima guerra mondiale riunisce la Transilvania con le altre province romene. Negli anni che precedono la Seconda guerra mondiale La Romania conosce uno sviluppo economico e culturale notevole, ma l'affermarsi del fascismo europeo getta un'ombra sul paesaggio. La Bessarabia cade sotto l'influenza sovietica nell'agosto del 1939, come conseguenza del Patto Ribbentropp-Molotov. Il 30 agosto 1940 il Diktat di Vienna attribuisce nuovamente una vasta area della Transilvania all'Ungheria. Vittima delle grandi potenze, la Romania perde un terzo del suo territorio. La guerra scoppia nel 1939. Abbandonata dagli Alleati, la Romania combatte a fianco dei tedeschi fino al 1944, quando un'insurrezione dell'esercito mette il paese contro la Germania. Nel 1945 le forze russe occupano quasi tutto il territorio romeno e vi rimangono fino al 1958. Il 31 dicembre 1947 re Michele è costretto ad abdicare. Da questo momento la Romania entra negli anni bui dello stalinismo, che decapita il Paese. La classe dirigente viene amputata a tutti i livelli: le élite scompaiono. Il terrore va avanti fino al 1965. La morte di Gheorghe Gheorghiu-Dej spiana la strada a Nicolae Ceaușescu, che inaugura un periodo di distensione che dura appena sei anni. Nel 1971  Ceaușescu compie un viaggio in Cina ed è affascinato dal totalitarismo asiatico. Il suo programma edilizio e il suo piano di riorganizzazione generale si traducono nella mutilazione delle città romene, nel crollo dell'economia negli anni Ottanta e nell'imposizione di un culto della personalità in stile nordcoreano.

22 dicembre 1989: i romeni mettono in atto l'unica rivoluzione sanguinosa dell'Europa dell'Est.

            Tra le conseguenze generali in ambito culturale citiamo:       

·         una lotta secolare per difendere il Cristianesimo, e l'Europa, dall'Islam ad Est;

·         sviluppo di una vita sotterranea rispetto ai governanti imperiali prima e ai dittatori poi;

·         un senso di intrappolamento che porta alla sensazione diffusa che la redenzione provenga da un altro mondo e possa essere goduta solo in quel mondo – o in un mondo alternativo nel caso dei Surrealisti, come io ipotizzo.

·         tentativi di massa di preservare l'identità nazionale, come sostenere la latinità e la lingua romena; uno dei problemi principali era il mantenimento di una lingua romanza vicina al latino dei soldati conquistatori in un mare di lingue slave. 

·         l'asserzione della romenità attraverso la creazione di un linguaggio di spettacolare densità idiomatica, che sostiene, a mio parere, un senso di intimità, di appartenenza a una cultura, così come lo slang suggerisce quel senso di “essere dentro a un gruppo”[1]          

Tutte queste affermazioni richiederebbero interi volumi di spiegazioni, per i quali non vi é in questa sede né il tempo né lo spazio.

     In ultima istanza, quel che conta è che per i romeni il problema è stato “come sopravvivere.” Spesso è stato “come non morire.” E altrettanto spesso è stato “come morire”, trovare una posizione spirituale che fa della morte un'amica. In tale contesto, raccontare storie equivale alla redenzione su diversi piani. In primo luogo, esiste in quanto strumento di preservazione dell'identità collettiva tramite la sua trasformazione in opere di “folclore” e di arte “colta”, così come attraverso la trasmissione ordinaria, quasi inconscia.[2] In secondo luogo, qui, come in ogni altro Paese, il raccontare esiste come affermazione dell'esistenza individuale. Con la differenza che in Romania il racconto orale possiede un'intensità maggiore. Le parole dette sfuggono di bocca, in qualche modo, ad un'intensità massima. Sotto una pressione enorme. Letteratura e vita sono piene di esempi del genere. La sostanza è questa: Io racconto, dunque esisto. In terzo luogo, il racconto può manifestarsi nella coscienza romena come “l'unica via di uscita” -  da una trappola, e non nel senso di Sheherazade. Un esempio primordiale: nella ballata Mioriţa, che occupa un posto sacro nella cultura/folclore/letteratura dei romeni, un pastore, venuto a sapere che potrebbe essere ucciso, costruisce una bella bugia (una bugia vera”) su delle nozze cosmiche, per alleviare la sofferenza dei sopravvissuti.[3]

            Fin qui tutto chiaro. Tuttavia, quando mi accosto alla prosa di Stelian Tănase, mi avvolge  una bellissima vertigine, una sensazione inebriante che tutto sia stato fatto passare attraverso una trinciatrice – un tritacarne, un frullatore o una macchina di montaggio – oppure tutte queste cose insieme, nel discontinuum spazio-temporale di questo luogo.  In Corpuri de iluminat/Corpi da illuminare Tănase traduce cultura ed elementi letterari tradizionali in una zona di improvvisazione soggettiva.

            E questo non senza un motivo. Tănase è nato a Bucarest, si è sposato mentre era studente all'università, si è laureato nel 1977, ha insegnato in un liceo di campagna per un anno dopo la laurea, e si è trovato senza lavoro alla fine dell'anno scolastico. “Il problema era la letteratura liberale, che avevamo scoperto all'università, di cui parlavo tranquillamente con i miei amici. Volevo scrivere una storia dello stalinismo, e credo che la Securitate l'abbia scoperto. Mi hanno messo sotto sorveglianza. Alla fine, il mio telefono era controllato costantemente, almeno dal 1983 al 1989. Ne ho passate di tutti colori.” [4] Messo ai margini, privo di un “dosar” che lo rendesse degno di essere assunto,  sopravvivendo come impresario jazz nella Bucarest sotterranea, la polizia segreta riuscì, nonostante tutto, a mettere insieme un consistente dossier su di lui. Riuscì a pubblicare un primo romanzo, Luxul melancoliei (Il lusso della malinconia), nel 1982, ma la censura proibì Corpuri de iluminat (Corpi da illuminare), così come il romanzo successivo. Era un periodo in cui viveva alla giornata, da un mese all'altro. Entrò in gioco l'onore letterario: “Non volevo cedere, modificare, tagliare, come si usava fare a quei tempi. Non riuscivo a scendere a compromessi, e continuavo a rimandare, sperando che qualcosa sarebbe cambiato. Ma la liberalizzazione non arrivò mai. Andammo dritti verso la rivoluzione, che mi colse con due libri non pubblicati.” [5]  La biografia non può spiegare l'arte. Solo che l'arte traduce l'ambiente della vita, e in questo caso l'arte è una trasposizione diretta della cultura vissuta.

            Esempio: Sandu è il protagonista di Corpuri de iluminat. Jazzista, pianista, rocker occasionale, soffre di una forma acuta di blues. Entra in scena una giovane donna. Pia: ragazza intelligente, nevrotica, graziosa, sirena di Bucarest, dalle velleità bovariche e femme fatale. Ha le lentiggini. Porta gli occhiali. Il romanzo procede per spirali e accumuli. L'essenza del gioco non è la narrazione lineare. Ne siamo ben lungi. La struttura del blues implica un ritornello. E non solo: Tănase scrive prosa allo stesso modo in cui suona il suo protagonista:

“Quando non improvvisava, quando rimaneva racchiuso nel tema del blues, e lo ripeteva finché gli si stampava ossessivamente nell'udito, potevi vedere le sue dita, stormo di pipistrelli affamati, volare letteralmente rasente la tastiera, colpendo a tratti un diesis, o una settima come un grido. E proprio quando si chinava leggermente, iniziando ad osservare le corde incrociate, avvinto dalla configurazione degli accordi nei martelletti che apparivano l'uno dopo l'altro, voleva dire che si era staccato e Pia non capiva più nulla. Una sorta di miracolo snervante lo inghiottiva, e lei si sentiva sola, come se Sandu l'avesse abbandonata, e questo la terrorizzava.”  

 

E' un romanzo in cui contano le impressioni sonore, insieme all'improvvisazione e all'intrico di corde incrociate. 

            Benché collocato tra le improvvisazioni sul piano della lingua, della trama, del comportamento,   Corpuri de iluminat/Corpi da illuminare è un romanzo sulle storie dei romeni. Nella cultura degli informatori, un invito a raccontare una storia personale equivale ad un invito ad ingrossare il tuo dossier della Securitate. Situazione tipica: Sandu esce dal suo appartamento.  

“Sul pianerottolo incontra Madame Elvira del terzo piano, grassa fardata ossigenata, sale respirando a fatica” Riferisce che sta andando a un concerto, al che Madame Elvira risponde: “E a che concerto, se non sono indiscreta? Non ho visto nessun manifesto, e alla radio non ho sentito nulla. Dai un recital di pianoforte? Ah, ma tu suoni jazz, me l'ha detto il signor Făinuş. Si interessa di come te la passi, di cosa vivi, se ricevi visite, quando esci, quando rientri.”. Tutto questo insieme ad aneddoti sulla vita sentimentale di Madame Elvira e un insistente invito a cena.

            Una conversazione usuale, come approntare un programma d'azione, si gonfia fino a diventare uno sproloquio, ironicamente ossequioso del regime:

 

              Eh, e cominciamolo questo conciliabolo, poiché oggi è un dì fasto, signori, abbiamo grandi progetti, andremo di città in città, ricopriremo i muri di manifesti, riuniremo le folle negli stadi, faremo quattrini, signori, perché è il denaro che muove il mondo, signori. Offriamo la nostra merce magica, alcuni momenti di oblio di sé per chi paga ed è onesto. Ovunque incontri un'esistenza grigia troverai denaro per spettacoli e piaceri a buon mercato, per le tasche dell'uomo semplice, che amiamo così tanto e a cui sacrifichiamo talento, amore, energia, ideali, ci inginocchiamo ai suoi piedi e gli chiediamo perdono con la testa china a terra. Lo serviremo finché il Signore non chiuderà il conto e ci accoglierà tra i beati. Penso che voi rispettiate la mia volontà, e vorrei dichiarare, tra questi strumenti sofisticati, che non dimenticheremo mai la nostra missione di portare un raggio di luce tra le mani incallite degli operai, delle dattilografe, dei soldati... d'accordo, miei giovani amici, sono convinto che ci capiremo e che saremo uniti da un sentimento fraterno. E ora, dopo l'introduzione, passiamo agli affari.”   

           

      Quel che è peggio, allo scopo di creare una trappola, in mani diaboliche il raccontare storie si tramuta nel raccontare menzogne. Entriamo in un campo nuovo. Raccontare storie è divenuto uno strumento di dissociazione delle persone, di disgregazione della cultura.

      Solo i declassati hanno accesso al racconto in quanto strumento di coesione sociale:

     

“Uno dei ragazzi tira fuori una bottiglia di vodka dalla giacca e la passa a Ovi, Ovi a Lefter, a Sandu, a Relu, ecco pure Felix, un sorso pure per me. Li sorprende la notte in sala prove, mentre escogitano un piano, infervorati, mentre ricordano i vecchi show, le disgrazie con gli apparecchi elettrici che si guastavano sul più bello, i capetti locali, i biglietti invenduti. I pettegolezzi del loro mondo. Strumentisti, impresari, ballerine, direttori di teatro, fan, autisti, facchini e tutti gli altri, tutto un mondo con leggi e capricci suoi.... La notizia della partenza, delle prove, dei prossimi spettacoli li animava, li rendeva d'un tratto loquaci, non avevano più una casa. Era notte ormai, e loro sempre lì, col registratore in sordina che vomitava blues, rock, tra le piccole luci magiche e scintillanti del mixer... Erano finiti in questo affare, allontanati dagli uffici. Era qualcosa di temporaneo, con cui si guadagnavano da vivere. Non conducevano l'esistenza qualunque degli altri, al contrario, succedeva loro sempre qualcosa di nuovo. Non erano sicuri del domani, e questo li rendeva così impetuosi, e orgogliosi.”

 

I personaggi sono in trappola, sia politicamente che metafisicamente. E' questo il significato del capitolo tradotto che accompagna il presente saggio. Mettiamola in questi termini: “non sai mai cosa ti sta accadendo, o se gli dei pazienti non ti stiano osservando da qualche parte e non ti abbiano condannato a morte.” Il sogno mioritico di un cosmo benigno è scomparso. Marionette nella mani degli dei ciechi, brancoliamo in un universo gnostico. Ecco dunque il dramma centrale del  capitolo due: Sandu e Pia trovano riparo nel tipico rifugio romeno: l'universo alternativo della loro stupenda storia. Ma non funziona. Non basta. E' questa la loro tragedia.

Dunque. Corpuri de iluminat/Corpi da illuminare è un blues romeno in la minore. Ma è molto di più. E' internazionale. E' joyciano. Originale. A proposito di Joyce: opera dell'interno scritta (in esilio e quindi) dall'esterno,  l'Ulisse di Joyce realizza il desiderio supremo di Stefan Dedalus: andare all'estero per “forgiare la coscienza non creata della mia stirpe.” Rispetto all'Ulisse, Corpuri de iluminat/Corpi da illuminare compie un giro di 180 gradi e subisce un addestramento militare in stile balcanico. Con Tănase, ci troviamo di fronte a un esilio interiore – a un'esteriorità scritta dall'interno – e quel “miracolo fastidioso”, che va oltre l'interpretazione per incontrare la rivelazione. Provocare la Securitate ha la sua importanza nel regno della coscienza che si forgia - ma a questo punto diciamo ciao ciao alla politica -  e della “tempestività”, detrito del tempo. Non ci troviamo più all'interno di una storia qui, è qualcosa d'altro. “Il romanzo che suscita il nostro interesse”, scrive Julio Cortazar, “non colloca i personaggi in una situazione, bensì colloca la situazione nei personaggi. Con questo espediente cessano di essere personaggi e divengono persone normali. C'è una sorta di estrapolazione, che fa sì che i personaggi saltino fuori dalla pagina verso di noi, oppure noi verso di loro. Il signor K. di Kafka porta lo stesso nome del suo lettore, o viceversa.[6] Noi andiamo oltre la finzione, verso la vita. In altre parole, la finzione si espande: la trappola di ognuno è la trappola di tutti noi. Grazie, Madame Bovary.


[1]     L'ipotesi, che potrebbe essere indagata all'infinito, è che il carattere della lingua romena sia determinato non solo dall'isolamento, ma anche dall'esigenza di una coerenza di gruppo, il che conferisce un carattere domestico,  famigliare e affettuoso ad ampie zone di questo spazio linguistico.

[2]     Ad esempio: con i carri armati russi nel Paese, in un periodo in cui si era cercato di sopprimere il carattere nazionale delatinizzando l'alfabeto romeno, nella zona intorno a Pitești, proprio vicino a un noto carcere di “rieducazione” stalinista, i bambini giocavano a Romani e Daci per strada, a cowboy e Indiani, ovviamente senza nessuno che li rimproverasse. Una cosa così ovvia, evidente a qualsiasi stupido: il raccontare le storie nel loro divenire reiterato, il mito fondatore dell'identità romena come connubio di due popoli in un luogo dove gli imperi si scontravano per i luoghi strategici e le risorse naturali. 

[3]     La ballata, che inscena una conversazione con una pecorella con il dono della parola, è di mirabile bellezza e affatto divertente. Riportiamo un brano dalla traduzione italiana di D.O. Cepraga (in Le nozze del sole, Carocci, 2004, N.d.T.) perché il lettore italiano possa farsi un'idea della ballata:  [...]/ma dì proprio così/che mi sono sposato/con una bella regina/fidanzata del mondo;/che al mio matrimonio/è caduta una stella;/il Sole e la Luna/mi hanno tenuto corona./Abeti e aceri/li ho convitati,/per preti, i grandi monti,/gli uccelli, musicanti,/mille uccellini,/e fiaccole le stelle!/E se scorgerai,/se incontrerai/una vecchia mammina,/con la cintura di lana,/che piange dagli occhi,/che corre per i campi,/che a tutti domanda/e a tutti dice:/- Chi ha conosciuto/chi è che ha veduto/un bel pastorello/tirato per un anello?/La sua bella faccia/spuma del latte;/i suoi bei baffetti,/spiga di grano;/i suoi bei capelli,/penna di corvo;/i suoi begli occhi,/more di campo? -/Tu, mia agnellina,/abbi pietà di lei/e dille proprio così,/che mi sono sposato/con una figlia di re,/per una gola di paradiso./Ma a quella mammina/non dire, carina,/che al mio matrimonio/è caduta una stella,/che ho avuti convitati/abeti ed aceri/per preti, i grandi monti,/gli uccelli, musicanti,/mille uccellini,/e fiaccole le stelle!”.

[4]     Stelian Tănase: Sunt un om liber. Intervista realizzata da Rodica Nicolae e pubblicata nella rivista Cariere, 28 agosto 2003; www.cariereonline.ro

[5]     Il CV post ’89 di Tănase lo indica, tra l'altro, come saggista, sceneggiatore e storico, ministro di governo, docente di scienze politiche, membro della società Woodrow Wilson e presentatore di talk show.

[6]     Hopscotch, traduzione inglese,  Gregory Rabassa, Random House:  1967.

 

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Author: Vasile Ernu
Translated by: Monika Oslaj

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