Il mattino perduto - Via Coriolan

Gabriela Adameşteanu | February 01, 2009
Translated by: Anita Natascia Bernacchia

 

Una volta, se fosse rimasta a casa per delle giornate intere, senza uscire, le sarebbe sembrato che la casa le crollasse addosso. Faceva di tutto per fuggire da qualche parte. Ogni giorno andava a trovare qualcuno, oggi uno, domani un altro, e non tornava mai a mani vuote. Così si faceva due chiacchiere, veniva a sapere un po’ di pettegolezzi, perché a rimanere con quel muto di marito ti veniva voglia di dartela a gambe. Non avevano mai avuto niente da dirsi e, alla fin fine, di cosa vuoi parlare con tuo marito?

      - Tuo marito deve conoscerti dalla vita in giù – dice sempre lei, e sua cognata, quando la sente parlare così, subito fa la faccia severa:

      - Ma vuoi startene un po' zitta, Vica! E se ti sente il bambino? Sei una donna anziana ormai, ma sempe stupidaggini dici!

    - Eeeh, figurati! E allora? Lascialo sentire! Credi che ti starà attaccato alle gonne ancora per molto? Dai retta a me, che sono stata nelle case dei ricchi, sapessi come parlano le gran signore... Ovunque sono stata mi sono sempre trovata bene. Mi hanno sempre voluto bene tutti, e mi apprezzavano, anche da Madame Ioaniu. Che risate ci siamo fatte con lei e Ivona...

      Muta come un pesce era pure sua cognata, ci volevano le tenaglie per tirarle fuori due parole...

Povero suo fratello! Le era venuto appresso tutta la vita, perché l’uomo è fatto così, va appresso alla donna. Solo lei non riusciva a scuoterlo, suo marito. Quando erano giovani, lei ascoltava sempre tutto quello che lui le diceva, e piangeva, si amareggiava, era dimagrita fino a diventare trasparente.

Finché un giorno non ha incontrato la sua madrina, pace all’anima sua.

      - Vica, ma che hai, perché sei così magra?

      - Per questo e per quello…

      - Figlia mia, smettila di darti tanta pena!

    E' stato sempre così, suo marito, bisbetico. Lei invece ha un altro carattere, somiglia alla mamma, è allegra come lei. Se solo le fosse toccato in sorte un uomo a cui piacesse ridere come a lei… Certo, di uomini così ce ne saranno pure, ma magari hanno altre grane, non ce n’è uno meglio di un altro.

      E adesso le riesce sempre più difficile uscire di casa. Ma una o due volte al mese, afferra la sua borsa di pelle (quella che le ha regalato Madame Daniel), ci ficca dentro tutto quel che le capita sottomano, si infila il montone, si mette la dentiera, due fazzoletti in testa, si lega con un foulard il basco rigido che si è fatta da sola con i resti del cappotto, nove anni fa, e se la svigna. E’ il marito che dice sempre così, che se la svigna:

    - Che fai, te la svigni di nuovo? - mugugna lui, dal letto, dalle coperte ammonticchiate sul piumino. Sta lì disteso con la testa avvolta in un maglione vecchio e sbrindellato di lei, perché ha perso il berretto scolorito che porta di solito.

     Quando parla, bofonchia, è alto e ciccione, ormai ha superato i cento chili. La pelle del collo è molle e flaccida, ma le guance sono carnose, rubiconde, e la barba di qualche giorno, ispida e bianca.

     - Che abitudine idiota, questa di andartene sempre a gironzolare…è tutta la vita che stai dietro alle porte degli altri!  

      - Ma vaaa'... - risponde lei.

     Non lo guarda nemmeno. Pronta a uscire, ingolfata in tutti quei vestiti che si è messa addosso, gira da una parte all'altra del tinello, sposta dei vasi, prende ancora qualche cosa da portarsi dietro: un barattolo di peperoni, un po’ di cipolla, che ne ha tanta quest’inverno, qualche testa d’aglio. Quel che resta della grappa lo versa in una bottiglia più piccola, per lo lo sciroppo per la tosse. Infila tutto in borsa, sopra le buste di plastica. Non le piace andare a mani vuote, e qualsiasi cosa può far comodo in una casa.

      - Ma vaa'… - continua Vica.

     Non lo sta nemmeno ad ascoltare. Può sbraitare quanto gli pare e piace, la bocca gli può arrivare fino alle orecchie, lui dice, lui sente. Quel che dice quel mulo, mettitelo nel culo, raccontava sempre a madame Ioaniu. E che risate si faceva la vecchia…

      Ormai ha imparato, quando vede che gli prende e comincia a brontolare, se ne va nella stanza di là: ma vai al diavolo, te, tuo padre e tutto quanto, vai al diavolo, gli dice, con un sussurro...

       Parla da sola e va avanti e indietro da una stanza all’altra, continuando a mandarcelo, a bassa voce. Lui non ha la più pallida idea di quello che gli sta dicendo, da un po’ di tempo è sordo da un orecchio, sente solo quello che gli pare. E lei continua a dirgliene, fino a che non si calma. Nel negozio è buio. Il caldo, ormai, viene solo dal tinello. Un tempo accendeva sempre il fuoco della stufa, ora non ne ha più motivo, da venticinque anni a questa parte. Ma di più! Quanti anni sono da quando ha chiuso il negozio? Ora in negozio c'è della legna ammassata su due pareti, e, da una parte, il carbone. Perché accendere il fuoco, quando non hai nemmeno lo spazio per muoverti? La credenza vecchia, con le ante staccatesi dai cardini, i barattoli di peperoni, i sacchi di patate, le padelle, il secchio con l’acqua sporca del bucato... Armeggia ora qua, ora là, e sbriga le sue faccende, finché il marito non si stufa di sbraitare e tace. Soltanto allora entra nella stanza, si china gemendi, riempie per bene la stufa di carbone e lascia lo sportellino aperto: perché lui è proprio uno scimunito, la sera quando torna può darsi benissimo che lo trova con la casa gelata.

      - E che, devo stare qui a fare l'uovo come te, e sempre con la tua faccia davanti... Dopo   quarant'anni, mi sarò pure stufata!

      Gli ha risposto così tardi, che lui l’ha guardata con gli occhi sgranati, in silenzio, sorpreso che se ne sia uscita così, di punto in bianco.

      “Ma arriva il giorno che ti sistemo io.” Questo non glielo dice più ad alta voce. “Che maledetto sei stato!” Per questo non gli ha nemmeno voluto bene, anche se non può dire che non le piaceva, quando l'ha visto la prima volta.

     Lei stava dietro il bancone, alla bottega di via Iancului, e una cliente gliel'aveva portato per farli conoscere. Allora lei, Vica, aveva diciannove anni, era allegra e tutti le volevano bene. E lui era un bell'uomo, prestante, il naso diritto, le labbra sottili e i capelli pettinati lisci, con la piega da una parte – ecco, come in quella fotografia appesa alla parete. Proprio di allora è la foto, di quando si sono sposati, e lui lavorava alla fabbrica di Zamfirescu.

      Che pasticceria aveva Zamfirescu, lì dove adesso c’è la statua di Kogălniceanu, e che dolcezze le portava dalla fabbrica suo marito! Cioccolata, caramelle di tutti i tipi, praline… Zamfirescu le regalava a tutti quelli che lavoravano per lui, a Natale, Pasqua, uova di cioccolata, certe tavolette grandi così! Eh, cosa avrebbe dato per una di quelle tavolette ora! E pensare che allora era arrivata a non volerle più vedere, le avevano fatto venire la nausea! Com’è strano l’essere umano! E Zamfirescu, che gran signore che era, tanto da arrivare nell'entourage della regina e diventare amico per le pelle dei Brătianu. Tre anni aveva lavorato da Zamfirescu suo marito, a scuola non aveva fatto molte classi, ma aveva una bella calligrafia, e anche oggi, dovete vedere come firma bene, con quell'onda di sotto...

      Alla fin fine, con quello che aveva risparmiato lui da Zamfirescu e la dote che le aveva dato un giorno suo padre, avevano aperto il negozio. Quando le aveva contato i soldi della dote, il padre, guarda un po’, si era sbagliato. Proprio lui, che a chiederglielo non tirava fuori manco un centesimo, aveva messo quindicimila lei in più! E quello stupido di suo marito, quel vecchio orso selvatico, viene da lei tutto spaventato:

      - Tuo padre si è sbagliato a contare i soldi, che facciamo? Restituiamoglieli, tieni, prendili tu e daglieli – dice l'idiota.

      - Dai qui! E non dire più una parola, questi soldi sono miei! Ormai non mi potrò più aspettare altro da lui...

    E infatti era proprio così, perché il padre, tutto quello che aveva l’ha lasciato ai figli di secondo letto, che possano crepare... Ma con la dote e con quello che il marito aveva risparmiato da Zamfirescu, hanno messo soldo su soldo e aperto il negozio in via Coriolan. Alla fine, dovevate vederlo, quell'orso selvatico, come faceva il magnanimo, da quando aveva il negozio… Dovevate vederlo come arrivava, con la carrozza piena, solo carrozza di prima classe, e lui dietro, tutto spaparanzato sui cuscini. Una volta le ha portato un bracciale d’oro, un’altra volta un medaglione di zaffiro con una catenina, poi si è stufato:

      - Ma perché ti regalo queste cose? Tu non le metti mai...

      E dov'è che doveva mettersele, se stava tutto il tempo dietro al bancone? E lui, se ne sbatteva! Se ne andava al cinema, alle partite, non si perdeva nemmeno una partita della Juventus! Avreste detto che era il capo dello stadio Venus. Adesso, uscire, non usciva mai, tranne quando era bel tempo. Si faceva una passeggiata giù fino al parco Cişmigiu, camminava dritto, con la pancia in fuori, una pancia da commerciante come non ce l’aveva nemmeno il suo vecchio, il padre, un olteno venuto su dal nulla. Questa era la sua unica preoccupazione: “che commerciante sono se non ho la pancia?”, si lamentava, quando era già avanti negli anni. Ma suo marito era stato così tutta la vita: alto e panciuto. E camminava dritto, il passo pesante e la pancia in avanti, e guardava con occhi avidi la pasticceria all’angolo e le bottiglie di aranciata. Lei gli infilava di tanto in tanto un biglietto da venticinque in tasca, ma non c’era pericolo, sapeva che non li avrebbe toccati. Gli piaceva solo sapersi col denaro addosso. Gli uomini sono fatti così.

      - Te ne vai e mi lasci da solo... - piagnucola lui.

     Continua a guardare il televisore, appoggiato sui gomiti, tra i cuscini. E' sempre il film di ieri sera, una replica, ma lui lo guarda di nuovo. E aggiunge quasi subito, ma con tono diverso:

       - Vica, portami un bicchiere d’acqua…  

      - Ma vai al diavolo! Puoi anche prendertelo da solo! Ti comporti come se tua madre ti ha sempre servito e  riverito a casa tua, in campagna…

      Però mette giù la borsa, torna di nuovo nel tinello, gli riempie il bicchiere, va a portarglielo e glielo mette in mano. Tutta bardata com’è, è quasi un'ora che si è preparata per uscire, rimane vicino a lui e aspetta che inghiotta, per rimettere il bicchiere sul tavolo.

      - Che dicevi? - chiede lui, e si stende di nuovo sul letto, sbadigliando - Che stavi dicendo prima? Te ne stai lì e brontoli, brontoli...

      - E chiudi quella bocca!

      Afferra la borsa ed esce, e le finestre del tinello vibrano dietro di lei.

 

 

2

 

     Cammina adagio tra le pietre ineguali del cortile, ricoperte dalla brina mattutina. Ha delle fitte dolorose alle gambe, che le si sono gonfiate, anche se la sera prima si è strofinato con del petrolio da lampada e oggi si è messa le calze di lana pesanti. Pare che il tempo cambierà. Si ferma un attimo per tirare il fiato, quell'aria gelida l'ha stordita. Tira fuori dalla tasca la mano rattrappita, avvolta in un guanto intrecciato, smagliato sulle dita, e si appoggia all'imposta malandata. Da vent'anni, da quando ha chiuso il negozio, la ruggine e la polvere l'hanno ricoperta, e ora l'imposta è tutt'uno con il muro. C'era una scritta grande, VINI DEALU ZORILOR, in basso a destra, vicino all'imposta, poi il gradino che aveva fatto togliere una volta chiuso il negozio. Ha murato l'imposta e ha tolto il gradino: perché continuare a tenerlo, se da davanti non entrava più nessuno? Spaccio di bevande alcoliche, sì, ma che bei salumi aveva! Che belle forme di formaggio! I clienti venivano lì persino da via Coriolan, da via delle Sabine, da tutte le strade del quartiere. La gente veniva, si metteva a guardare, comprava, scambiava qualche parola, beveva un bicchierino in compagnia, si mangiava qualche fetta di salame. Che formaggi squisiti, che belle sardine, che prodotti raffinati, che delikatessen portava al negozio!

     - Madame Delca, qui da te è un'altra cosa, non come da Dragomir Nicolescu! - le dicevano.

      E così aveva trascorso la sua giovinezza, dietro a quel bancone di metallo umido! Correva avanti e indietro, tra il tintinnare di bicchieri e bicchierini e le grida assillanti degli avventori ai tavoli.

       - Donna Vica! Ma non senti? Donna Vicaaaa!    

Suo marito stava lì seduto come ora, disteso comodamente sul letto, nell'ultima camera, usciva soltanto per cacciare fuori dal locale qualche ubriacone o a controllare, con sguardo torvo e furtivo, se qualcuno non allungava la mano verso di lei. Quando meno te lo aspettavi, eccolo spuntare da dietro ! Da quell'omone che era, nessuno lo sentiva mai avvicinarsi. Entrava e guardava dappertutto, tutta la vita si è divertito a fare così. Non ha mai alzato un dito, ma faceva la guardia. A dire il vero, non l'avrebbe comunque mai sentito nessuno, tanto erano impegnati a spassarselai! E quando lo vedevano, si faceva subito silenzio. Tutti avevano paura di lui.

      - E dai, don Delcă, vieni anche tu a farti un bicchierino con noi! - gli gridava qualche cliente nuovo del locale, che non aveva ancora capito che tipo era.

       Ma lui, con quella sua voce sottile:

       - No grazie, non bevo.

E continuava a gironzolare, con quell'aria selvatica, quasi volesse far passare agli altri la voglia di bere, o farli strozzare con il bere, e poi tornava di nuovo di là. Si preparava, si tirava a lucido e se la svignava: alle partite, al cinema, o a zonzo per la città. E lei rimaneva con i fornitori, con lo scarico della merce, con tutta quella confusione e tutte le cose da fare. Era una donna robusta, non come quelle che si vedono oggi: magre come tavole, senza sedere, senza niente, che l'uomo non sa dove mettere le mani... Era una donna robusta, ben piazzata, con un gran seno, faceva tremare il pavimento sotto i suoi piedi quando camminava, aveva i capelli ricci raccolti in una piccola cipolla sulla nuca, il volto bianco e in carne. Avrebbe potuto fare qualunque cosa, se solo avesse voluto, ma non aveva quel carattere, non era tipo da comportarsi così... C'era un uomo, alto, con i baffi sottili e neri, dallo sguardo ambiguo, anche adesso le sembra di vederselo davanti. Lavorava alla Prefettura della Polizia, e quando veniva comparava solo caviale, storione, salumi e vini costosi. Caricava la carrozza e portava tutto alle loro feste. Ma quanto se la guardava, donna Vica su, donna Vica giù... Portava anelli su tutte le dita, e sul dito più piccolo ne aveva uno grosso così.

      - Ti piace? Se ti piace, te lo regalo! - le ha detto una volta.

      - Tientelo per te! Non ne ho bisogno, io ce l'ho un marito...

Era un bell'uomo, ma si vedeva da come gli brillavano gli occhi che donnaiolo doveva essere. Quando sono arrivati i comunisti, è scomparso: ha lasciato moglie, figli, casa, via, nessuno ha mai saputo più nulla di lui! Alcuni se lo sarebbero mangiato vivo, se se lo fossero trovato davanti, quella faccenda degli anelli non era proprio limpida... E non c'era dentro solo lui! Chissà quanti ce n'erano! Ma lei non era il tipo da farsi venire grilli per la testa, e poi era una donna logorata dal lavoro. Madame Ioaniu glielo diceva sempre, donna intelligente lei, aveva avuto due mariti:

      - Vica, ascolta me: una donna logorata dal lavoro non è una buona moglie.

    Cammina curva, come ingobbita, con il cappotto blu scolorito, ingolfata in tutte le cose che si è messa addosso, con la borsa in mano. Va avanti con il capo chino, non guarda né a destra né a sinistra. Saranno quindici anni da quando non mette piede in centro, e non ne avrebbe nemmeno motivo. Qui c'è tutto quello che ti serve: la banca e il barbiere all'angolo, la farmacia e il negozio di scarpe, il fruttivendolo e accanto la cabina del telefono, dove va sempre con i gettoni in mano, se la vicina Reli non è in casa, poi il chiosco di carne alla griglia dove compra sempre dei salsicciotti, sulla strada verso casa. Appoggia il vassoietto di cartone su uno dei banchi vuoti del mercato, mette la borsa vicino a lei, intinge il salsicciotto nella mostarda e se lo divora. Ogni volta rimane lì a pensare se lasciarne uno e portarlo a suo marito. Ma lascia stare, dice alla fine, pulendosi la bocca col fazzoletto, lascia stare, dice tra sé, è già abbastanza grasso, e poi quando esce a passeggiare al parco Cișmigiu, se ne compra sempre qualcuno, insieme a una bella focaccia al formaggio...         

      Cammina curva, passando di fronte all'asilo dove d'estate i pensionati giocano a scacchi. Ci sono delle cornacchie appollaiate sulla statua verdognola di quella donna mezza nuda. Suo fratello Ilie, buon'anima, sapeva come si chiamava, tutte le volte che ci passavano davanti lo diceva. Come diavolo la chiamava? Nifa...o forse Ninfa. E lei, Vica, potrebbe fare la strada da casa sua fino al tram con gli occhi bendati, si ricorda di tutto, riuscirebbe a indicare ogni casa, ogni buca per strada, certo, c'è anche della gente nuova che si è appena trasferita, ma i vecchi la conoscono tutti.

       - Buongiorno madam Delca, come stai? - le dicono tutti quando la incontrano.

Tutti le vogliono bene e la apprezzano. E lei si ferma a chiacchierare quando li incontra: tutti con le loro sofferenze, chi il fegato, chi la bile, chi la pressione. Con tutti i soldi che ha prestato, ora sarebbe ricca. Ma non se ne trova uno che venga da lei e le dica:

      - Donna Vica, prendi questi venticinque lei, ti faranno comodo.

      Così vanno le cose a questo mondo, vali per quanti soldi puoi prestare agli altri, sennò non vali un fico secco, lei lo sa bene, quante ne ha viste lei! Potrebbe fare da maestra agli altri. Scuola di vita, lezioni serali, diceva sempre a madame Ioaniu, e come rideva la vecchia! Scuola di vita, che sennò cosa sapeva fare lei, se non lavorare dalla mattina alla sera? Nient'altro che lavorare  e lavorare...

      Sale sul predellino del tram con fatica. Tira fuori dalla tasca le monete già pronte e si fa strada verso i sedili davanti, tra i corpi pigiati uno contro l'altro.

       Lavoro e ancora lavoro, questa è stata la sua vita da quando aveva undici anni, quando le è morta la mamma, ed è rimasta sola al mondo, con uno stuolo di fratellini a cui badare. Perché papà era andato in guerra, e dopo un anno la mamma si è presa la febbre tifoide, si è presa il tifo, lo sa lei cosa si è presa, che poi è morta, la povera mamma. Ed è morto anche Sile, il più piccolo, perché non aveva più dove succhiare, e sono morti anche i gemelli, ma lei, Ilie e Niculaie, sono rimasti vivi, perché erano più grandi, e si vede che dovevano vivere. E hanno abitato da soli nella vecchia casa a Pantilimon, vicino alla chiesa Capra, dove è sepolta la mamma, hanno abitato lì da soli, lei e il suo stuolo di fratellini che si portava dietro; chi doveva vivere, viveva, chi doveva morire, moriva, ognuno come voleva la sorte... Quante volte veniva a trovarli sua nonna, la greca, che viveva da gran signora. Le sembra di vederla ora, nel suo vestito argentato di tessuto ottomano, chiuso fino a su da piccoli bottoncini e con le maniche merlettate. E una pelliccia sulle spalle. Le sembra di vederla: una donna energica, con il ventre prominente e il seno grande, come tutte le donne della famiglia. Per quello si stringeva così tanto nel corsetto, ne aveva uno fatto con stecche di balena. Solo della gobba non si ricorda: ma sua nonna aveva una gobba sulla schiena? Era una gran signora, sua nonna, la greca, e aveva un chiosco di giornali vicino a casa sua, una casa-vagone dalle finestre con le inferriate, vicino ai Santi Apostoli. Era una signora, ma loro, i nipoti, non potevano soffrirla: perché aveva dato in adozione la mamma? Se non avesse dato la mamma in adozione, se l'avesse cresciuta con il figlio e l'altra figlia, eh! La vita della povera mamma sarebbe stata un'altra! Sarebbe andata anche lei al pensionato per ragazze di buona famiglia, sarebbe cresciuta come una signorina, e non avrebbe sposato un olteno, e non sarebbe stata al bancone, e non se ne sarebbe andata in giro per le strade fangose di Pantilimon con sette bambini in braccio! Povera mamma! Se sua madre, la greca, non l'avesse data in adozione, la sua vita sarebbe stata diversa, forse non sarebbe nemmeno morta a trentatré anni, ancora così giovane! Così parlavano le vicine, quando sua madre, la greca, veniva a Pantilimon a vedere i nipoti. Non la potevano soffrire le vicine, e nemmeno i nipoti la potevano soffrire. Anche quando lei gli diceva di chiamarla “gran maman”, loro, per capriccio, la chiamavano “la gran morte”! E pace all'anima de “la gran morte”, da quando se n'è andata all'altro mondo pure lei! Tiene ancora la sua foto nel cassetto, quella fatta a Fridrihbindar, dove la nonna sta in posa, tutta tronfia, con la pelliccia intorno al collo e le scarpe con i tacchi alti. Scarpe eleganti, con lo scricchiolìo, ci passava sopra l'olio di ricino e le chiudeva con un gancetto. Tutta la vita si era presa cura di se stessa, la nonna, per quello aveva dato via una figlia, per non avere troppi bambini in casa! Per quello non si era data mai tanta pena nemmeno per i nipoti, e quelli, poverini, quando avevano bisogno, scappavano dallo zio Blaterone che abitava proprio di fronte alla chiesa: aveva una casa grande, con una staccionata alta e cantine piene di vino, e dei cani cattivi. Un tirchione pure quello, un tirchio pidocchioso, per questo la gente lo chiamava Blaterone.

      - Donna, sposta quel cesto da una parte, che da quando sei salita te ne stai lì impalata, e la gente inciampa... - urla un uomo minuto e dalle spalle larghe, proprio vicino al suo orecchio.

     Il cesto è una sporta di vimini, dove schiamazzano due galline con la cresta deformata. Due fermate fa è salita una contadina con la sporta in mano, l'ha vista lei quando è salita da davanti.

       - E dov'è che devo metterlo? - chiede la contadina.

      Prende il cesto da terra e comincia a spingerlo con fatica tra le gambe delle persone, mentre le galline sbattono le ali e dimenano le zampe legate.

      - In seconda è uguale, salgono coi cesti, la verza, con tutto quello che gli pare. C'è pure chi si porta dietro i cani! - escalama quell'uomo, girandosi verso un vecchio allampanato con un berretto in testa, seduto proprio di fronte a lei.

      Il vecchio non risponde, fa solo un cenno col capo, e le vene dure del collo gli si gonfiano sotto la pelle avvizzita.

      - Mettilo qui, vicino a me - dice Vica.

      E infila il cesto sotto il sedile.

      - La gente sale con quello che ha, non può mica andare a piedi, non ce la fanno tutti a camminare così. La gente sale e se paga il biglietto, perché non deve farlo – risponde Vica a voce alta.

      Ecco! La devono sentire tutti, anche quelli che storcono il naso, a loro piace solo la prima classe, perché dicono che la seconda puzza. Da quando ha chiuso il negozio, lei si è spostata sempre così, e non è mica morta. Con venticinque centesimi se ne va anche in seconda classe, di gente ce n'è sia lì che qui, e se non fosse stata una donna senza giudizio, con quello che le portava il marito non sarebbero andati avanti nemmeno una settimana.

        Prende la borsa e scende con attenzione il predellino del tram.

      L'aria odora di umido, l'inverno sta per finire, ma per strada, sulla neve annerita, si vede ancora della gente con la spesa in mano che tira gli slittini con i bambini seduti sopra. Tra le scavatrici, si scorgono palazzi non ancora intonacati, cumuli di calcinacci coperti di catrame e baracche di legno chiuse. Vica respira con affanno e rallenta, come sempre, per paura di inciampare in qualche fil di ferro gettato alla rinfusa da quei pazzi, lo scorso autunno. Non vede l'ora di essere a casa. Da un po' di tempo le scricchiolano le giunture, anche se ha fatto poca strada... Brutta cosa la vecchiaia! E poi le è venuta fame, anche se prima di uscire ha bevuto una tazzona di tè con del pane ammollato. Ad ogni modo, non comincia mai a fare nulla a stomaco vuoto, altrimenti le viene lo svenimento e si sente uno straccio tutto il giorno. Sua cognata non ha preparato da mangiare nemmeno a quest'ora, può metterci la mano sul fuoco. E' stata una pelandrona per tutta la vita, ogni volta ci vogliono secoli prima che si metta a fare qualcosa, e si lamenta sempre, per qualsiasi cosa: prima di trasferirsi in questa casa, diceva che erano tanti in casa, che non ti potevi muovere, poi che era troppo lontano, che con la macchina era tanta strada da fare... Se fosse vissuta come lei, quarant'anni in quella stamberga, a scaldarsi con il carbone, sempre attenta alla bombola del gas, voglio vedere se aveva ancora il coraggio di parlare... Quando Vica viene a trovarli, le sembra di arrivare in paradiso, sono tre anni che glielo ripete, da quando hanno cambiato casa, e sua cognata che brontolava sempre: ma non si chiudono le finestre, ma la porta si è stacca dai cardini, ma è lontano, ma...

      - Ma stai zitta! - ha urlato lei – Stai zitta! E bada: non fare arrabbiare il Signore, che qui da voi è davvero il paradiso in terra!

      E guarda un po', pareva che avesse previsto la disgrazia: il povero Ilie fece un incidente e morì dopo nemmeno un anno. Solo allora sono cominciati i tempi duri per la cognata, così ha visto anche lei che vuol dire cavarsela da sola! Il povero Ilie tutta la vita ha fatto tutto quello che lei voleva, persino i soldi in casa li teneva sempre lei, tanto che suo fratello riusciva a allungarle una carta da venticinque solo di nascosto, quando lei andava via:

      - Prendili Vica, cosi ti paghi il tram la prossima volta che ci vieni a trovare. - le diceva sulla porta.

      Con suo figlio Gelu, la cognata si comporta allo stesso modo. E quello ha un caratteraccio, somiglia a lei, somiglia alla famiglia di lei, da quelli non ti puoi aspettare nulla di nulla. Lei, poi, gli sta tutto il giorno appresso: il mio bambino di qua, il mio bambino di là... Gelu non si rende conto di niente, tutto il giorno con il naso nelle sue carte, si mette a tavola, e si rialza. Se avesse avuto dei figli, lei sì che li avrebbe fatti rigare dritto, ma è meglio che non ne abbia avuti, chi lo sa come venivano, i bambini di oggi non hanno paura né vergogna di nulla.   

              

 

Berceni

 

 

1

 

 

      - Qui da voi è il paradiso in terra... - dice Vica, lasciandosi cadere sulla sedia in cucina.

Il calore le ha infiammato le guance e le ha ammorbidito le giunture, tanto che non riesce più a muoversi. Guarda le tazze da tè ancora sporche nel lavandino, il tavolo coperto dall'incerata piena di briciole, e al pezzo di formaggio con la crosta ingiallita sul piatto.

      - Ma dov'è tua madre?

     - Al lavoro, questa settimana lavora di mattina, non lo sapevi? - risponde pigramente Gelu con indolenza.

      Se ne sta appoggiato di fianco sull'uscio della porta. E' alto e smilzo, i tratti del volto, ancora non del tutto marcati, sembrano gonfi di quel bollore interiore che cerca di nascondere. Si mette a fissare Vica, e le sue grosse labbra si schiudono in un sorriso. Porta dei pantaloni da casa senza cinta, che gli pendono flosci sul corpo mingherlino, e una camicia verde scolorita.

      - Se sapevo, non mi davo tanta pena a venire fin qui.

Però si alza, si toglie il cappello, si china per prendere la borsa, e mette sul tavolo il barattolo di sottaceti, la bottiglietta, l'aglio e la cipolla. Le dispiace di essere venuta fin qui e di non averla trovata, loro non vengono mai, nemmeno per sbaglio, solo lei li va a trovare, solo lei, dopo tutti questi anni, ancora dietro le porte degli altri! Ha pure ragione, suo marito... Eh, se la mamma fosse vissuta, la sua vita sarebbe stata diversa! Aveva fatto quattro classi di medie, e voleva che andasse al liceo, le aveva fatto anche l'uniforme, con il berretto, le sembra di vederla. Era luglio, e ad agosto è stata dichiarata la mobilitazione. Papà è partito per il fronte, poi è morta la mamma, nel fiore degli anni, delirava nel letto e aveva le labbra tutte spaccate, poverina, da quanto le scottava la fronte... E lei, cosa ne capiva lei, una bambina di undici anni?  Lei giocava per strada, non aveva fretta di tornare a casa.

      Alla fine se l'è vista brutta Vica, perché doveva badare ai fratellini, stare in fila ad aspettare il pane, e che pane nero e crudo che era, con la crusca, e chi doveva stare in fila? Vica, era lei la più grande. Aveva undici anni. Stava con la tessera annonaria in mano, stava in fila finché non le veniva il latte alle ginocchia, ancora adesso si ricorda cosa c'era scritto: Pane 880 gr. Pane 440 gr. Pane 300 gr. La consegna verrà fatta solo su presentazione della presente tessera. Le contravvenzioni saranno punite con pena detentiva fino a 6 mesi o con un'ammenda fino a 3000 lei, oppure con entrambe le pene.

      Figurarsi, era la seconda più brava della classe, leggeva come un treno! Stava lì e leggeva la tessera del pane, se la ricorda anche adesso, l'aveva imparata come il Padre Nostro.

      - Ma che ne sai tu che vuol dire stare senza mamma da quando hai undici anni. Noi siamo stati dei poveri disgraziati da quando è morta la nostra mamma – racconta, mentre biascic un pezzetto di pane.

      Anche adesso, dopo tutti questi anni, si sente sempre orfana e indifesa.

      - Per questo devi volere bene a tua madre.

    Ripone con cura sullo scaffale le tazze lavate e, siccome dà le spalle al ragazzo, taglia un angolino di formaggio e se lo ficca in bocca. Lo ricopre con la plastica e mette il piatto fuori della finestra. Guarda che bene che stanno le cose di fuori, solo la cognata, si lamenta sempre:

      - Se il povero Ilie era ancora in vita, quest'anno prendevamo un frigorifero.

     - Ma al diavolo il frigorifero, tutti soldi buttati! Scalda il cibo tutti i giorni, e vedi come tiene!

     - Per questo devi volere bene a tua madre, e rispettarla, perché ti è rimasta solo lei. Devi volerle bene e dovete aiutarvi a vicenda - lo ammonisce Vica ad alta voce.

      Deve sentire il ragazzo, deve metterselo in testa.

    Gelu sta appoggiato alla porta, più discosto, sposta il peso sull'altra gamba e sbadiglia. Sta pensando a come fare per andarsene via, se apre la bocca e comincia a discutere con lei, è finita, si è rovinato la giornata. Ha bighellonato così tutto il giorno, da quando si è svegliato. I libri, la tavola da disegno, tutte le cose sono sparse nella stanza da letto, e adesso...

      Ma guarda questo ragazzo...dice tra sé e sé, mentre stende sul tavolo il mollettone per stirare e mette il ferro nella presa. Ha visto dei panni non stirati, abbandonati nel bagno, quando tornerà la cognata le dirà grazie mille! Ma guarda questo ragazzo, per lui fa sempre brutto temo. Suo padre, Ilie, pace all'anima sua, era tutto un altro carattere, dei fratelli lui era il più piccolo, quando è morta la mamma appena si reggeva in piedi. Crescerlo, l'ha cresciuto solo lei, gli ha fatto da mamma, e quanto ha litigato col padre, quel vecchio, che non voleva mandarlo a scuola!

      - Non ho soldi, bè? Se non ce l'ho, non ce l'ho, che vuoi che faccio? - diceva il vecchio.

     Era un olteno avido, arrivato con il suo bastone da Cărbunești, o da dove siavolo veniva. Con il bastone, ceste di verdura, pesce, galline, aceto, carbone, agnelli interi e scannati, avvolti nella stoffa, oppure solo quarti d'agnello attaccati alle estremità del bastone. Aveva venduto un sacco di cose papà, aveva messo soldo su soldo, e si era costruito delle case a Pantilimon, e alla fine si era preso pure la dote della mamma. E così aveva aperto un negozio. Riusciva a vendere anche cotonino, petrolio e sapone, gli affari gli andavano bene, aveva imparato a girare vestito con abiti tedeschi, e portava un orologio col cinturino d'oro, e i baffi alla Guglielmo II. Gli era andata bene, ma ad agosto erano suonate le campane tutta la notte e avevano dichiarato la mobilitazione. E quando è tornato, tutti gli affari erano andati a farsi friggere... Ma papà, un olteno con ventiquattro molari, che pure a ottant'anni rompeva le nocciole coi denti, perché ce li aveva ancora tutti, papà ha ricominciato tutto daccapo. Ha cominciato a vendere per i villaggi. Se la mamma era morta, papà, quando è tornato dal fronte, era tutto il giorno in giro per i villaggi a vendere. Alla fine si è trovato una contadinozza e si è trasferito da lei, e ha sfornato una sfilza di bambini pure a lei.

      - Venite anche voi, se volete - ha detto quando si è trasferito.

     Ma loro sono rimasti sempre nella vecchia casa di Pantilimon, vicina alla chiesa Capra, dov'era sepola la povera mamma.

     Toglie il ferro dalla presa per un po', si è riscaldato troppo. Apre la porta della cantina, ci sono solo dei biscotti secchi, ne prende uno, lo inzuppa nel bicchiere pieno d'acqua e mangiucchia.

      - Io vado, zia, ho da fare tante di quelle cose, che mi fa male la testa.

     Se ne va, trascinando pigramente le pantofole, va a sbattere su una sedia e si regge la mascella nel palmo della mano. Si passa le dita sulla guancia: mi faccio la barba oggi, oppure no... Lo sproloquio della vecchia lo ha rimbambito, sempre quelle vecchie storie, quando pensi che ti sei salvato, ricomincia daccapo. Da un po' di tempo a questa parte, parla sempre di più, e mangia sempre di più.  

      Ma anche lui oggi non si dà pace. Dà uno sguardo al foglio con i calcoli, scribacchia qualcosa sul margine, sbadiglia, si alza e guarda dalla finestra. Non c'è niente da vedere, solo la stessa strada, costeggiata da palazzi, e davanti, proprio di fronte alla sua finestra, uno spiazzo circondato da filo spinato. Un edificio malandato, con l'intonaco crepato, rifugio di quando il tram faceva capolinea qui. Tra le mura sottili del palazzo si sente una radio ad alto volume, e le voci di qualcuno che litiga. Tira su la manica della camicia e si schiaccia con due dita i brufoli del braccio, come fa di solito. Ci sono giorni come questo in cui non riesce a fare nulla e non fa che gingillarsi. Cielo bianchiccio, pozzanghere di fronte al palazzo, paura di una vita intera che lo aspetta, di fronte alla quale si sente indifeso e pieno di avversione, i nervi di sua madre, la vergogna di fronte alle ragazze e la mancanza di denaro, tutto contribuisce a farlo sentire così, ripiegato su se stesso e imbronciato, a schiacciarsi i brufoli sulla mano uno ad uno. Com'è la vita? Come la vede lui in questo momento o quando è di buon umore e si dimentica di tutte queste cose? Si butta sul letto e stringe le palpebre, attendendo quel ricordo insopportable, rifuggendolo, digrignando i denti, mentre quello ritorna, riscaldandogli il sangue. L'odore precoce della primavera, dell'aria, il suo raffreddore, vivo e tremante, i cumuli di neve annerita ammassati ai lati del marciapiede, da dove sgorgano dei rivoli d'acqua. E lui, giovanissimo, che corre in quella luce inattesa, che attraversa la strada di corsa passando col rosso, per paura di fare tardi.

      La ragazza aveva le spalle fragili e strette, le braccia sottili, coperte da una peluria nerastra. Una delle calze era sdrucita sopra il ginocchio ed era stato rammendata di fretta con del filo bianco. L'aveva intravisto mentre, con le mani maldestre, cercava di aprire la lampo. La sentiva tra le sue braccia, rigida e scontrosa, priva della sua volubilità di sempre, ma la fretta e la paura non lo facevano smettere. Poi si imbrigliava nei bottoni, dando un colpo d'occhio, ogni tanto, all'orologio  che ticchettava lì vicino, sul tavolo.

Avevano perso quasi tutto il tempo, dicendosi delle frasi senza senso, e adesso, fra un'ora al massimo, il compagno che gli aveva lasciato la stanza sarebbe tornato. C'era qualcosa, forse proprio il ricordo della calza sdrucita, forse l'imbarazzo di lei, che lo fece intenerire bruscamente, e cercò di rallentare la sua febbrilità, lasciando scivolare la mano lungo la chioma lucente, i capelli legati sulla nuca con un elastico nero. Ma lei si divincolò e lo guardò di sottecchi, sospettosa e cattiva, no, non aveva senso tirarla per le lunghe. Di sottecchi, così l'aveva guardato per tutta la strada fin qui, mentre lasciava che le sue dita morbide e umide le scivolassero sul corpo, mentre passavano tra gli steccati polverosi, lungo le mura giallognole, e mentre salivano le scale fino alla porta scorticata, dove lui aveva brancolato a lungo nel buio, girando sempre più nervosamente la chiave nella toppa annerita. Il divano scricchiolava di continuo e lui si proteggeva sempre dalla cornice, sempre più commosso dall'immobilità di quel corpo rigido che non reagiva, ma andando avanti e vedendo da fuori i suoi gesti quasi con spavento. Come se tutto quello che avrebbe fatto da quel momento in poi fosse una cosa che doveva essere portata a compimento, ad ogni costo; un dovere al quale non poteva più venire meno. E lei, che percepiva di sicuro tutto questo, con gli occhi fissi nel bianco del soffitto – un soffitto che indagava nelle sue minime irregolarità - , con le labbra serrate sui denti bianchi, piccoli e aguzzi, batteva gli occhi, spesso e in modo impercettibile, lasciandosi sfuggire, tra le palpebre socchiuse, degli sguardi di cattiveria; lo guardava di traverso, soddisfatta di quel fallimento che poteva contemplare.

      - Non ti grattare più così, guarda come ti sei ridotto! - gli dice Vica, mostrandogli con il dito gonfiato e grinzoso le macchie violacee sul braccio, mentre lui si tocca ad occhi chiusi, cercando, automaticamente, altri brufoli.

      Aveva spinto la porta con la spalla ed era entrata, silenziosa, ingobbita, con un piatto colmo di fette di pane e formaggio.

      - Lasciami stare! - esclama Gelu, furioso – Lasciami stare – ripete, con voce più bassa.

Va alla finestra, si appoggia con una mano al davanzale e guarda fuori.

     - Scusami – aveva sussurrato alla ragazza, ritraendosi verso il bordo del divano, fino a quando il legno freddo non gli era entrato nella carne.

    - Scusami – balbettava, colto da un disgusto e da una disperazione così grandi, che si era dimenticato persino di guardare l'orologio e non cercava nemmeno di coprirsi. Oramai, poteva succedere qualsiasi cosa. Vedeva in se stesso tutto lo spavento di quelle ore, come se avesse saputo da prima che sarebbe finita così. E quindi riusciva a dire questa parola, l'ultima che credeva avrebbe mai pronunciato di fronte a qualcuno. E tardi, molto tardi, sentì il braccio di lei che cercava di abbracciargli le spalle conserte, e l'ondeggiare dei suoi capelli morbidi sulla guancia.

      - Ma guardati, sei pelle e ossa. Per questo hai sempre sonno, perché non hai forze. Io mi sono presa cura di me stessa tutta la vita, e mio marito uguale. Anche ora lo vedo che si riempie il piatto fino all'orlo, e ci inzuppa il pane dentro, si fa una specie di pappetta, e se la mangia così, col cucchiaio. Ehi, gli dico, quando lo vedo che fa così, mi sembri nonno Mealache, quello che mette  il cibo sulla minestra, così come glielo dà sua nuora. Perché devo aprire la bocca due volte, diceva, se il cibo passa sempre di lì? Ma mio marito, quando glielo dico, dice: Eh allora, che, non sono un nonno pure io? Pensi che non lo sono? Quest'estate faccio settantanove anni.

      - E ti credo che è un nonno! E chi, allora? - sbotta il ragazzo, girato di spalle.

      Ma vai al diavolo, ragazzino cattivo! Sembra uguale a suo marito, scontroso e malevolo, Dio solo lo sa a chi accorcerà la vita! Che il diavolo ti porti, coglione, quante te ne avrei date, se fossi stato mio figlio, ti facevo diventare un uomo vero! Alla sua età uno si aspetterebbe che abbia un po' di sale in zucca, e quando parla, che parli da persona saggia. E' colpa di sua madre, è lei che lo ha viziato, e adesso è sempre lì che piagnucola:

      - Non so cosa fare con Gelu. Non so come procedere, se ne sta tutto il giorno chiuso in camera, con me non ci parla mai, e se gli dico qualcosa, si innervosisce e mi risponde male. Quando suo padre era in vita le cose sembravano diverse, in casa c'era un'altra atmosfera, sai che carattere aperto e allegro aveva Ilie.

      - Cosa vuoi farci, lascialo bollire nel suo brodo – le rispondeva Vica.

      Ma dentro di lei pensava: e ti stupisci che non parla e fa lo scontroso? Perché tu com'eri ? Somiglia a te! Come ti comportavi con me e con tutti quelli che venivano a trovarti?

      Si merita che gliele dica tutte in faccia, ma ha smesso di discutere con lei. Sua cognata è stata fortunata ad avere Ilie per marito, pace all'anima sua. Era di animo tenero, il povero Ilie, e tutta la vita ha fatto di lui quello che ha voluto. Sua cognata non è mai stata contenta di vederla quando le apriva la porta, mai l'ha guardata con occhi buoni, deve essere a causa di quei venticinque lei che le dava Ilie di nascosto.

      - Prendili Vica, cosi ti paghi il tram la prossima volta che ci vieni a trovare - le diceva sulla porta.

      Ma adesso la cognata è cambiata, quando ha visto che è rimasta sola al mondo.

       - Vieni a trovarmi, Vica, ci facciamo due chiacchiere, il silenzio di questa casa è davvero assordante...

      E lei viene, viene ancora, come oggi, aiuta in casa, rammenda, stira i panni, anche se non ha più tanta forza. Non devi arrivare ad avere bisogno d'aiuto, né dai parenti, né da nessuno, se stai ad aspettare loro, ti mangiano i cani, diceva madame Ioaniu. Era una donna intelligente, madame Ioaniu, intelligente e raffinata, ha avuto due mariti, e tutt'e due li ha portati fino alla tomba.

      - Quello che conta è non diventare vecchi, Vica, non diventare vecchi e arrivare sulla porta degli altri...

      Quante volte glielo ha ripetuto!

 

 

2

 

      - Prendilo tu, che io non ho fame, ho tutte le carte sul tavolo, e lì mi dà solo fastidio...             

    Gelu le ha portato il piatto con il pane e il formaggio. Rimane in piedi con il piatto in mano, indeciso, appoggiato allo stipite della porta; non entra, ma non si decide ad andarsene.

     - Prendilo tu e mangia, non c'è chissà che da mangiare oggi, mamma prende lo stipendio solo  domani...

       - Lascia stare, nemmeno io ho ho voglia di mangiare.

      Però prende il piatto, lo mette sull'armadio, all'angoletto, e sfaccenda intorno ai fornelli: tira via le ruote per lavarle e le mette nel lavandino. Se si voltasse, la vedrebbe il ragazzo mentre ride, sdentata: si è appena tolta la dentiera, la stringe e non riesce a portarla a lungo. Ma vai al diavolo... e continua a ridere. Anche a lui è dispiaciuto, quando prima le aveva parlato con quel tono, sembrava volesse mangiarsela, e lei che colpa aveva? Lei gli aveva solo portato qualcosa da mettere sotto i denti...

Non è di animo cattivo, è stato educato male, la colpa è della madre, che l'ha abituato troppo bene            da piccolo... Gelu su, Gelu giù, che la vuoi cotta, che la vuoi cruda... Vero è che era un bel bambino,   bello e paffuto, con i capelli ricci, tutto boccoli. Quando era piccolo, lei gli faceva il bagno, gli spalmava l'olio sulle giunture, gli sputava in testa per scacciare la cattiva sorte, lo baciava sul sederino, e lo portava con sé in negozio. Sotto il bancone, quello era il posto suo. Stava lì a quattro zampe e guardava la bilancia. E poi, dopo la svalutazione, suo marito gli aveva dato un sacco pieno di soldi con cui giocare...

      - E dai, mangia, che aspetti – aggiune il ragazzo, cambiando di nuovo tono di voce.

      Gli ha preso di nuovo, solo lui lo sa perché! E' uscito e se ne è tornata in camera sua.

    Gli prende così, all'improvviso. Allunga la mano, prende la mollica del pane, il formaggio e se li infila in bocca. Non vale la pena rimettersi la dentiera, la stringe. Cinquecento lei gli ha dato a quello che gliel'ha fatta, e pure così l'ha sbagliata, che vada in malora... Non è cattivo dentro Gelu, ma ogni tanto gli prendono le pazzie. E poi è grande e grosso ormai, gli ci vorrebbe una donna...

      Di nuovo allunga la mano, prende un pezzo di formaggio con le dita rattrappite e se lo caccia in bocca. Quanto si era arrabbiato con lei quella volta, stava per mangiarsela, sul serio: circa un annetto fa, ma nemmeno, quando è morto suo padre, quando è morto il povero Ilie. Il povero Ilie era steso sul  tavolo, morto, e la gente entrava ed usciva, colleghi di lavoro, inquilini del palazzo, i vicini della casa dove abitavano prima, tutti portavano un fiore, una candela, come si fa di solito... E lei, con tutto quel dolore che aveva sul cuore, aveva quasi perso la testa... Ma era arrivata la mattina presto, con cinque chili di carne, della bella carne magra, aveva preso i soldi in prestito da Reli, la vicina, ed era stata in fila dalle cinque per prendere la carne, solo lei sapeva che pena aveva nel cuore... Starsene in fila per comprare la carne per un funerale... Ma il frigo n
 

About this issue

This July, The Observer Translation Project leaves its usual format to present a special CRISIS ISSUE. Things are tough all over. Hard Times suddenly feels like the book of the moment. The global economic crisis impacts life as we know it, and viewed from Bucharest the effects reverberate in domains that include geo-politics and publishing in Romania and abroad, with the crisis at The Observer Translation Project as an instance of a universal phenomenon. read more...

Translator's Choice

Author: Vasile Ernu
Translated by: Monika Oslaj

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