Come un ramoscello d’ulivo

Radu Cosaşu | January 08, 2009
Translated by: Mauro Barindi

 

Come un ramoscello d’ulivo

Tinibalda mi aveva proposto che facessimo il Piatra Craiului per dimenticarci di tutti e di tutto. La amavo. Era piuttosto larga di fianchi, ma se ne fregava. Se ne fregava di tutto. Indossava gonne attillate che non la favorivano, ma mangiava mele jonathan che, diceva, le facevano passare… Che cosa le facevano passare? Lasciava le frasi sospese per aria. Ero affascinato dal suo disprezzo per le frasi. Aveva fiducia nel mio talento. Se le chiedevo dei dettagli, me li dava e mi diceva che non sarei morto. Nessuno muore di fame. Suo padre aveva fatto lo sciopero della fame quando era in prigione, suppergiù nel ’38. Era morto? Non era morto. Era arrivato a riscuotere una pensione FIAP[1] – dopo aver lavorato anche per quindici anni nel movimento sindacale, dal ’45 fino al ’60. Tinibalda stravedeva per lui, però non me lo aveva mai presentato. “Non ti farebbe bene al morale!” “Come sarebbe a dire che non mi farebbe bene un veterano clandestino?”, “No, dammi retta… È molto meglio sul Piatra Craiului”. Non avevamo abbastanza soldi neppure per andare fino a Chitila. Tinibalda mi garantì che i soldi erano l’ultimo dei problemi nel Regno di Valacchia. Ho sorriso e mi ha spinto dentro il cinema.

            Ho sempre avuto fortuna con le ragazze che avevano il pallino del cinema. La mia educazione cinematografica è proceduta di pari passo con quella amorosa. Non le potrei mai scindere. Sono dialetticamente fuse insieme. Tinibalda – dopo Ballata per la Siberia e I Cosacchi del Kuban[2] – si nutriva di pane, mele e neorealismo. Al cinema, mangiava frutta. Puntualmente mi faceva riaffiorare alla mente il ricordo di una professoressa privata di francese, che arrivava a lezione con ciliegie, granturco bollito o prugne secche – a seconda della stagione. Non riuscivo a concentrarmi a causa di quel masticare vegetale. Biascicava. Tinibalda masticava molto discretamente e con cura, immersa nel chiaroscuro. Non disturbava. Potrei dire che lei la frutta la ruminava. Le piacevano la miseria e il patetismo degli italiani. Non le importava il melodramma. “E allora, anche se mi fa piangere?” All’uscita da Due soldi di speranza era uno straccio zuppo – come diceva lei – e dal cinema Scala fino a casa nostra, nel quartiere Traian, non ha smesso di gemere in silenzio. Abbiamo salito la scala di servizio, nel buio, tenendoci per mano e ho avvertito le sue braccia umide – di pianto. Le lacrime le erano forse arrivate fino ai gomiti? Ci siamo fermati al primo piano, l’ho appoggiata alla porta della cucina dell’avvocato Manolovici e l’ho baciata a lungo. Era soffice, molle e calda. Fino a quando da dentro abbiamo sentito gridare: “Marcelică, il bagno è pronto!” E allora siamo saliti di corsa in casa.

            Ciò non vuol dire che da Ballata per la Siberia – con il concerto di Liszt e il Lago Bajkal – l’avrei trasportata in un’altra dimensione, più allegra. Diamine!: aveva pianto a dirotto anche con Pyryev. “Lasciami piangere a dirotto, diversamente non capisco niente”. La lasciavo fare, ma che ci faceva quel “diversamente” nella sua frase? Si dice “altrimenti”, “sennò”… “Perché non parli in modo naturale?”, “Come se lo sapessi io perché non parlo in modo naturale, quando piango.” Aveva ragione. E l’ho baciata nel bel mezzo della strada.

            Solo che a me non piaceva la montagna. Io – se proprio mi toccava partire, dimenticandomi della mia pesante sorte – volevo invece andare al mare. A Tinibalda non andò giù la mossa. Aveva momenti di una gelosia fredda, breve e acuta: “non mi infilo nei tuoi racconti”. Sapeva di Diana. Aveva letto Frontiere in manoscritto – ingurgitando quattro mele – e non le era piaciuto, ma non l’aveva scaraventato via lontano: “capisco perfettamente perché non te l’hanno pubblicato”, sentenziò severamente, strofinandosi via dal petto la sbrodolatura della frutta. “Non te l’ho dato da leggere per questo.  Lo so perché non me l’hanno pubblicato. Non scrivo per essere pubblicato”. “E perché allora?” “Perché tu possa piangere.” “Toh, io però non ho pianto. Quando scrivi male – non piango. Neppure io te l’avrei pubblicato”, ripeté lei il verdetto. “Fra due o tre anni, sarà pubblicato” – ho resistito, irritato. “Tu non starai più con me” – e si girò su un fianco, con il viso rivolto alla parete. “Hai gli stessi fianchi di Diana, così…” “Dade, dade” – mi rispose, con il naso sprofondato nel cuscino, secondo il nostro patto stabilito una domenica, al mercato, quando avevamo comprato della panna da una contadina transilvana, che ribatteva alla sua vicina di bancone proprio così: dade, dade. Quella sproloquiava, gliene diceva di tutte i colori, perché amava un uomo che la tradiva, e la contadina, senza fare alcun commento, le controbatteva solo con dade, dade. “Che vuol dire quel dade, dade?” le chiese Tinibalda, pescando col dito uno strato bello colmo di panna. La contadina era molto allegra: “Dade, dade è qui, accanto a lei, forse-forse”. Ho concordato con Tinibalda di dire dade-dade tutte le volte che tra noi si fosse affacciata la possibilità di un conflitto, scacciando con quella formula incantatoria lo spettro della guerra. Naturalmente per quella risposta le ho baciato a lungo la schiena a me offerta, fin quando si è girata bruscamente verso di me, sussurrandomi che se non andavamo sul Piatra Craiului…                

            Mi davano tremendamente sui nervi le montagne. Erano troppo grandi. Le vedevo attraverso la finestra, enormi, massicce, soffocanti. Non le potevo guardare. Distoglievo lo sguardo da loro, con un terrore reale, per niente puerile. Mi trasmettevano la dimensione della morte, della mia impotenza. Esse erano eterne, spietate, inflessibili nella loro sentenza: io perirò, loro rimarranno. Il semplice confronto con loro mi faceva rabbrividire disteso sul letto del rifugio, solo, mentre Tinibalda preparava i panini da prendere con il caffè.

               Il caffè non mi rinvigoriva; dopo averlo bevuto fino all’ultima goccia – come Tinibalda mi indicava di fare – il bicchiere, con i suoi residui neri depositatisi sul fondo, si proiettava, per un gioco chiromantico della prospettiva, esattamente sulla finestra illuminata dal sole e da lì sulla medesima terrificante parete del Piatra Craiului. “Su, muoviti, poltrone, gambe in spalla!” mi spronava, stringendo, forte, a uno a uno, le fibbie e  i lacci degli zaini. Mi innervosiva il vigore con cui si dava da fare. Mi ha spiegato in modo logico – con una frase provvista di un inizio e una fine – che questo l’ha imparato da Einstein: se si vogliono scacciare i brutti pensieri, la mattina, ci si deve concentrare in una direzione, una, come quella di allacciarsi stretti i cordoni delle scarpe. “Tu che brutti pensieri hai?” Mi caricava in spalla il fardello, prendeva anche lei lo zaino più piccolo, e non mi lasciava in pace fino a sera, quando scovavamo un rifugio sul massiccio contrariamente silenzioso e assolato. Ho compreso che voleva salvarmi attraverso lo sforzo, per sentieri impervi, lunghi e apolitici. Una sera ha voluto che ci fermassimo in una riserva forestale, in compagnia di alcuni guardaboschi, a tagliare alberi per qualche giorno. Non ci hanno accolto. Con il buonumore necessario, ci hanno invece mandati più giù, per alcune serpentine, dove si stava asfaltando una strada di montagna. Chissà, ci sarebbe piaciuto di più il catrame… “Su, andiamo”, ho detto a Tinibalda, che partì subito al galoppo giù per i viottoli, facendo tintinnare allegramente il pentolame dentro lo zaino, simile a una parodia delle melodie di un rituale sabbatico.

            Credo che quello sia stato il momento del mio rasserenamento. Di notte abbiamo dormito accanto a uno dei vagoni-cisterna degli asfaltatori. Faceva caldo e si stava bene lì, sull’erba nera, bruciata, che puzzava di gas. Era sceso il frescolino estivo di montagna, – a me, da piccolo, piacevano la benzina, il suo odore, e il liquido per lucidare il parquet, a casa. Neanche Tinibalda faceva tante smorfie. Dove le preparavi da dormire – “se sto con te…” – a lei pareva normale e adeguato, dio quant’era bella. La notte, lì, ho fatto un sogno molto nitido, senza misteri psicoanalitici: sono scattato in piedi da sotto il calderone del catrame e sono sceso alla stazione di Sinaia, da dove ero partito per il Piatra Craiului. Alla stazione, convincevo il capostazione di lasciarmi salire su una locomotiva e di accompagnare il meccanico e il fuochista fino a Oradea. Volevo scrivere il miglior reportage della mia vita: una notte sulla locomotiva. Volevo celebrare il fuoco, il lavoro e le Ferrovie Rumene. Quello non opponeva obbiezioni – voleva solo sapere perché fino a Oradea. Perché lì ho fatto il soldato, nel ’50, mi sono presentato volontario, sarei potuto restarmene all’università come studente non frequentante, ma io mi sono detto che era essenziale arruolarmi nell’esercito popolare. La mattina, Tinibalda mi ha baciato in fronte. Poi sulla bocca. Le facce dei catramatori, vedendoci, si sono idillicamente illuminate in un sorriso mostrando i denti bianchi su un fondo nero, come nelle vecchie pubblicità del lucido per scarpe. “Se è questo quello che hai sognato, questo faremo.  A Bucarest, basta, su, parlo subito con Paul”. Tinibalda, ovviamente, non conosceva Paul, ma come ogni organizzazione provvista di Croce e Semiluna Rossa aveva una smisurata fiducia nella parola ‘umanista’ e addirittura nell’uomo. Con lo stesso tintinnio di pentolame, siamo scesi a Buşteni, le ho fatto vedere la biblioteca della mia adolescenza da dove prendevo in  prestito, nelle mie vacanze piccolo-borghesi a Poiana Ţapului, Mircea Eliade e Camil Petrescu – “lo so”, mi hai detto, “conosco il tuo losco passato” – e abbiamo preso il treno diretto verso la Capitale. Ti sei addormentata sulla mia spalla, sfinita come un ramoscello d’ulivo.

            Paul non aveva nulla in contrario all’idea di un reportage sulla locomotiva, “scrivilo, va’, ti diamo l’autorizzazione, vediamolo, poi ne discutiamo, qui e là, a seconda del caso.” Mi aveva proposto una notte su una locomotiva di una linea locale: Sighişoara – Ordohei, diciamo. Tinibalda fu drastica: “Ancora una volta nei tuoi racconti?” Giusto. Sighişoara era Diana. La sua memoria era vigile, incorruttibile. Decisi di fare così: apriamo una cartina del paese, lei chiude gli occhi e ci punta il dito a caso. Quella sarà la città di partenza. “Vieni con me?” “Ma come…?” “E che cosa farai con l’istituto’” “Be’, chiederò un’autorizzazione, c’è tanto da fare in tutto il paese”. Si appoggiò la cartina sulle polpose cosce. Chiuse gli occhi, Timişoara. “Hai avuto qualche storia a Timişoara?” “Un’avventura in un vagone ristorante: ho sbucciato dieci arance con una donna fantastica.” “L’arancia non è un frutto.” “E che cos’è allora?”

            A Timişoara mi ha seguito dappertutto – perfino alla Direzione delle Ferrovie Rumene, dove ho rilasciato una dichiarazione solenne secondo cui sarei partito sulla locomotiva dell’accelerato Timişoara – Oradea assumendomi ogni responsabilità. Il capo della direzione ci guardava stupito, mentre firmavo, con Tinibalda a fianco. Era come un’unione in matrimonio, davanti all’Ufficiale dello Stato Civile, che il capo percepiva come tale, strabuzzando gli occhi. Non aveva mai vissuto prima di allora un simile momento. La notte, alle 11.24, Tinibalda salì nel suo vagone – io continuai per la mia strada, lungo la massicciata di pietrisco, verso la locomotiva. Tremavo istericamente, come sul Piatra Craiului, come ogni volta che incontravo la pietra con il suo calembour freudiano: perisco! Iniziai, passando lungo i vagoni, a lanciare chiocci di gioia. Da Kyo. Kyo – locomotiva – caldaia – Malraux – la condizione umana, lettura di cui non mi potevo liberare. In tasca avevo il blocchetto e la matita. Fino ad arrivare al cianuro di potassio, ce n’era ancora di strada, con la sua massicciata. Non mi attirava. Mai avevo pensato al suicidio.

            Il meccanico e il fuochista mi aspettavano, da tempo, fraterni. Non avevano mai avuto un giornalista con loro ai comandi. Erano tipi ciarlieri, allegri, calmi, con il loro bel cartoccio di lardo e cipolla aperto su un mucchietto di carbone. Mangiavano mentre la luce li illuminava dal basso, dal profondo, proveniente dalla vampa del forno. Mi hanno subito offerto di favorire anch’io, perché non potevo partire a stomaco vuoto. Ho accettato, sono partito, ammaliato, dapprima entrando in una trance del silenzio, poi, dopo averli osservati con quell’ardore proletcultista che  faceva del lavoratore un dio e dell’intellettuale un povero mortale, sono uscito dal tunnel dell’idolatria e sono passato al loro neorealismo, con i loro figli, i loro salari, le loro mogli, con la pudica tendenza ad appiattire i drammi e a lasciare,  spoglia di qualsiasi alone eroico, la luce della loro vita e del loro lavoro condotti con coscienziosità. Mi piacevano. Faceva caldo, era buio, era rosso, un soffio lirico attraversava l’aria, minute stazioncine emettevano ciascuna, al nostro passaggio, il suono di una campanella lillipuziana, la campagna taceva – sensuale, accarezzata e fecondata, tra i sibili, dal volo notturno della macchina rovente. La fraternità arrivò a toccare vette da letteratura di trincea: ho raccontato loro una delle mie poche avventure ferroviarie, da Cluj a Oradea, soldato di leva, quando, salito in un locale di seconda classe, mi sedetti accanto a una contadina, come tutte le altre contadine, che poteva sembrare mia madre – ma lei a quanto pare questo non lo sapeva – e, dal nulla, al primo sguardo, ci siamo tenuti abbracciati per tutto il tragitto della lunga galleria dopo Ciucea. E a Oradea non mi ha lasciato fino a quando non le ho promesso che la settimana dopo sarei andato a trovarla, a Nojorid. “E non ci è andato” – si precipitò, con molto senso epico, il fuochista, a concludere. No, a  Nojorid avevo fifa ad andarci – la prima galoppata a cavallo, alla scuola di equitazione, l’avevo fatta lì, all’aperto; è passato un aereo sopra di noi, i cavalli si sono spaventati, non abbiamo saputo tenerli a freno, ci hanno disarcionato e siamo poi dovuti andare a cercarli per tutta la mattina, nei dintorni, sennò ci avrebbero fatto la pelle… Norojid rappresentava una maledizione per me. I due risero: “E stava quasi per cadere da cavallo anche con quella”, commentò serafico il meccanico, controllando l’orologio al chiarore del fuoco. “Questo è l’esercito” – fece ancor più ellittico il fuochista. “Così siamo fatti noi uomini” – concluse il meccanico.         

            Tinibalda voleva che andassimo da Oradea a Bucarest in aereo. Mi fece arrabbiare. Non sapeva che non sopporto l’aereo? Che temo qualsiasi distacco da terra? Come no, ma non le importava. Si devono provare tutte le velocità. Dopo la locomotiva, l’aereo. Voleva impartirmi un’educazione prometeica? Le ho urlato, nel bel mezzo della stazione, davanti alla biglietteria di seconda classe, in mezzo alla gente e alle galline: “Vattene al diavolo tu e il tuo aereo”… In treno, afferrandola per le spalle, accanto al finestrino, nel corridoio, le ho spiegato con dolcezza: non posso lavorare col panico addosso, l’aereo mi avrebbe distrutto, vorrei scrivere il miglior reportage della mia vita, quei tipi erano eccezionali, ho bisogno di un po’ di calma. Lei si divincolò, in malo modo: “Questa è un’altra stazione di Diana.” Mi sfuggì, stupidamente, un sì. “Tutto quello che hai vissuto con lei, me lo devi…?” “Diana non esiste, scema!” “Tutto quello che scrivi tu esiste, non sai inventare.” “Dade, dade”, ma lei rimase tesa fino a Bucarest, un lungo tragitto, accumulando a  Cîmpina un’ora di ritardo.

            Il reportage, alla fine, aveva un che di malrauxiano, ossessionato dalla solidarietà e dalla responsabilità. Un gulfstream neorealista ne addolciva l’asperità libresca; di certo, non vi erano evocati né Kyo, né la donna nojoridiana. La luce cadeva sull’orologio del meccanico, sulla vanga e sui figli del fuochista, sul lardo e sulla cipolla notturna – ma su tutte le traiettorie, alla loro estremità rifulgeva, carbone e diamante, l’idea della fraternità virile. Il reportage s’intitolava, secco, Un sentimento. Era dedicato a T. “Alla signora T.?” scherzò Tinibalda, alla fine, distesa. Per gioco, cancellai l’iniziale. “Ci sarebbero ancora tante cose da cancellare” – osservò severa. Mi turbai: non solo prometeica, ma anche censore?

            Solo che Paul non si trovava in redazione e sarebbe stato assente per un mese, era partito per Knokke-Le-Zoote e per altri meridiani letterari. Erano iniziate le partenze per il vasto mondo – sono rimasto con un palmo di naso. Non certo per voglia d’Europa – tutte le strade oltre confine mi hanno lasciato sempre indifferente e i passaporti mi sono sempre sembrati documenti senza senso – sono rimasto con un palmo di naso, bloccato dall’idea che sarei stato nelle mani di Stoicănescu, letterato estremamente severo nel mio caso (accusativo), nemico intrattabile del negativismo sotto qualsiasi forma si nascondesse (chiusa la citazione da un suo articolo). Orbene, Stoicănescu, uomo del contenuto, scovava il negativismo in tutte le sue forme. Nessuna forma era tanto astuta da potergli occultare le orecchie d’asino (del formalismo – nota dell’autore) – altra citazione memorabile con la quale percorrevo, nello spirito e nel pensiero, gli angusti corridoi della redazione, alla volta della stanza più appartata, lì dove lui lavorava in qualità di responsabile della sezione di prosa. L’ho trovato nel suo ufficio – il personaggio, come tutti noi sapevamo, lasciava la sua stanza, il pomeriggio, solo per due leggi fisiologiche, per il resto conduceva una vita da mago di Oz. Io stesso mi sentivo il leone di quella storia, mite, codardo e piagnucolone. Nei momenti di tensione, la letteratura del mio spirito aveva una biografia isteroide: al pari di una saetta, potevo saltare da Malraux a Petre Ispirescu; in due passi, ma abissali, saltavo senza iati e iatture dalla Montagna incantata al Cavaliere della stella d’oro, senza più sapere se ero Castorp o la Fanciulla senza corpo.

            Stoicănescu mi lesse però subito, con grande amabilità; sapeva dal compagno Paul – lui non lo chiamava per nome – che ero stato mandato in missione, idea cui non aveva nulla in contrario, perché a tutti deve essere data un’opportunità. Mi ha pregato di accomodarmi e di aspettare fino a quando avrebbe finito di leggere il mio manoscritto. Neppure la letteratura può sfuggire all’operatività. È evidente. Dal balcone della sua stanza, ho fatto un segno disperato, giù, in cortile, a Tinibalda, che – per mia fortuna – s’era seduta comodamente, con le braccia distese sullo schienale della panchina, giusto sotto la finestra di Stoicănescu, stranamente intuendo il tragitto che avrei percorso per raggiungere la redazione; Tinibalda rispose, tranquilla, al mio gesto, che mi avrebbe aspettato e sollevò il pugno sinistro, serrato, in un nuovo No pasarán! Mi intenerì – mi fissò con fermezza e dignità sulla sedia di fronte all’ufficio di Stoicănescu. Ho capito subito che mi stava leggendo con attenzione, senza fretta, senza formalismo. Dopo mezz’ora, ho sentito che non sopportavo più di starmene in quella posizione rigida e di scatto ho deciso di stravaccarmi nella poltrona di velluto, nell’angolo, divorata dalle tarme. Quello non staccò lo sguardo dal manoscritto. Un sorriso, che piano piano assumeva contorni più definiti, gli offuscava il volto. Ho notato che non stava usando la matita durante la lettura. Le sue osservazioni in margine al testo: “questa poi…!”, “ma fammi il piacere!”, “più cautela sul piano ideologico”, “sterzata pericolosa” “è questa la nostra realtà?”, “da quando in qua ci siamo reinventati il melodramma?”, “l’amletismo non ci appartiene”, “l’albero verde della vita è più ricco…”, “essere cretini non è una soluzione”, “l’autore non ha mai sentito parlare di un certo Lenin?”, “questa è bella!”, “non capisco!”, “l’editore borghese…”, “libertà = necessità”, e molte altre espressioni taglienti – erano celebri, tramandate di bocca in bocca come le leggende. Non scherzava, benignamente, neppure con la matita. Mi leggeva sorridendo. Sul far della sera, Stoicănescu mi porse solenne il manoscritto; automaticamente, sono scattato su dalla poltrona e l’ho preso, senza rendermi conto di quello che sarebbe seguito. Seguì un sobrio atto d’accusa, ben argomentato e implacabile: neppure a costo della sua vita quel reportage – intimista, volgare, insignificante e per giunta fuori tema – sarebbe apparso in Romania; il mio ben noto negativismo – di cui, probabilmente, non avevo ancora fatto ammenda a sufficienza – ha trovato forme ancor più perfide; egli ora si appellava al nuovo, a sentimenti luminosi, addirittura alla bontà senza contorno: il mio negativismo era un nuovo sentimentalismo piccolo-borghese giocato sulle spalle della classe operaia; gli operai mi avrebbero finito a sassate se avessero letto come deformavo la loro vita e i loro sentimenti, come approfittavo dello sporco delle loro tute per fare le mie di sporcherie. “Sporcherie?” sono sobbalzato, alla fine. “Lo sappiamo anche noi chi è questo Kyo, non te la prendere a male”… “Ma da quando lei si dedica ai calembours?” chiesi d’impeto. “Niente di ciò che è umano, ci è estraneo” – e si alzò in piedi, allegro quanto bastava. Provai pena per me stesso. Mi rodeva l’idea di chiedergli un’altra opportunità: “Parlando sul serio, non si può fare nulla?” “Solo la tomba” – e mi tese, comunque, la mano.    

            Tinibalda – lungo tutto viale Magheru – ascoltò docile la mia cronaca assolutamente fedele, senza nessun accento polemico, senza una qualsivoglia attitudine da parte mia. “Sicché aspetterò Paul, perché se lo legga lui” – ho concluso, stando stretto a lei, innervosito dal tragitto tra la folla, ora schivando i passanti, ora andando a sbatterci addosso, una situazione sempre stupida quando si espongono idee per strada. Lei non si sentiva infastidita né da ciò che la circondava né dallo spazio; seguitando con il neorealismo, mi chiese, terminato il mio resoconto, una ciambella. “Sono al verde”. “Dicevi di avere dieci lei”. Le ho comprato una ciambella, offrendole anche una gassosa, lì allo stesso chiosco. Accettò, ci incamminammo verso il viale dei cinema, mentre lei farfugliava piluccando dalla ciambella. Iniziò l’andante, coerente quanto bastava: smettila di tenermi il muso – non ti tengo nessun muso, eh, ci sono sventure più grandi, quali? Le replicavo svelto, con una furia sincera, deciso d’un tratto di troncare con lei con uno scherzo finale. Abbiamo svoltato in via Edgar Quinet, “dove vuoi che andiamo? Di notte, sarebbe bene…” “Non sarebbe bene un corno!”, e sono esploso. “Non esiste sventura più grande di quella di non essere pubblicato…”. Lei mi sfidò, allungandomi un pezzetto di ciambella. “Sbaglio o dicevi che non volevi pubblicare? Ti contraddici”. “Idiota! – le risposi voluttuoso. Idiota!” “Dade-dade…”.

            Passammo davanti a Capşa: “Offrimi un luccio alla mugnaia. Se me lo offri, ti spiego quali sono le cose da modificare”. “Non c’è niente da modificare. Non modifico nulla”. “Lo devi rendere più luminoso…” “Che cosa devo fare? mi sono messo a urlare davanti ai magazzini Romarta. Che cosa?” ho urlato, fermandomi; Tinibalda mi fissò dritta in faccia, entrambi impietriti in mezzo alla folla che si scansava lanciandoci delle occhiate. “Sei impazzito?” mi mormorò. “Ripeti, ripeti, che cosa devo fare?” – all’imbrunire, sull’insegna luminosa de L’informazione incominciarono a passare le notizie del giorno: Mogadiscio… “Sei ammattito?” e tentò di accarezzarmi il viso. Le scansai la mano con un pugno. Tutti i collezionisti attorno a Romarta smisero di scambiarsi francobolli e si strinsero attorno a noi: “Lasciala, amico, vattene via, signora, lo mandi a quel paese” – Tinibalda mi fissava, bella, sbattendo ripetutamente le palpebre. “Di’, di’ – le urlavo – di’ che cosa non è luminoso, come fai a sapere tu quello che è luminoso?” Captai alcune risate. Le mollai un altro pugno, a uno dei suoi fianchi prosperosi, nel più sfrenato omaggio che abbia mai concesso al neorealismo: lite in pieno centro tra un uomo e una donna che si adorano. Lei si voltò, tentando di aprirsi un varco, la parola Camberra, proveniente dal lato opposto, le si disegnava sul viso, l’ho girata, come si fa sempre nei film (i film passionali francesi, Gabin-Morgan, alla cinemateca), torcendole il braccio tanto da farle cacciare un “ahi”, e qualcuno mi colpì da dietro le spalle: “hei, animale!” “Mi dici quello che c’è da modificare? Che cosa devo…” Lei si massaggiò il braccio. Mi esasperò: “Vuoi rovinarmi? Vuoi salvarmi – disgraziata…? Disgraziata… Non ti voglio scrivere…” E non le scrivere più!” mi chiosò caragialianamente un filatelico. “Vuoi che ti scriva delle fesserie? Non posso… Non voglio…” “Scrivi quello che vuoi!, urlò, alla fine, Tinibalda, e vattene al diavolo tu e tutte le tue idee!” – proferì lei, fino in fondo, una frase essenziale. La lasciai attraversare la strada, ma subito – squarciando il cerchio di persone che la coprirono nella fuga – le sono corso dietro, sul marciapiede del Circolo Militare dove, sulla terrazza, l’orchestra da café-concert aveva intonato In a Persian Market. Non so in quanti mi stessero seguendo, senza badare alle macchine che frenavano di colpo stupefatte. Tinibalda scese verso il viale, mi venne in mente che sarebbe entrata al Trianon, quella mattina mi aveva detto che voleva vedere La diligenza. Dopo tanti anni di stelloni auriferi, era stato portato il primo western. Non potevo lasciarla sola. Non potevo perdermi la visione del primo western della sua vita! Cominciai a gridare: “Fermati! Vengo con te! Non entrare senza di me!”. Lei non si voltava, la gente rideva, scalpitava, mi rincorreva, sentivo dire: “Non lasciarla!, prendila!, bada a non…,  nessuna donna ne è degna!... Babbeo, non si corre dietro ai tram e alle donne”; gridavo: “Tini, bimbina mia…”. E di colpo, “dade-dade”… Il traffico non si fermò, i filobus stridevano strazianti verso Cişmigiu, il telex del mondo seguitava a crepitare, Tinibalda camminava vigorosa, decisa, con i suoi ampi fianchi nel vestito estivo senza maniche, attillato, ho urlato ancora: “dade-dade”, un uomo, marciando allegro, emise la diagnosi: “è impazzito, lasciatelo stare!” Ma Tinibalda, al secondo ultimatum, si fermò – davanti al Museo Militare incollato al Central. Mi aspettò. Mi avvicinai, non c’era più nessuno attorno a noi:

            - Portami con te a vedere La diligenza – le ho sussurrato, con rinnovata mansuetudine, quella del ramoscello d’ulivo.

            - … se mi prometti che lo cambi!

            - Non cambio niente!, ho urlato, paonazzo.

            - … se mi prometti…

            - … non prometto niente!

            - Non posso vivere con dei dementi – pronunciò decisa, in modo normale, senza alcun patema. La sua calma e la sua logica mi accecarono. Solo i dementi…

            Ho inspirato profondo dell’aria in petto e gliel’ho, dal profondo dei polmoni, alitata in faccia, come se avessi desiderato che perisse lì, in quello stesso istante, come colta da uno spirito maligno. Tinibalda non perì, ma non fu neppure più in grado di portare a termine la frase più vera di tutte quelle che le erano passate per la mente e per la mia vita. Non mi interessava il suo finale – me ne sono ben reso conto:

            - Ci vedremo quando apparirà…

            - Fra cento anni? tamponò lei, con una facezia dolorosa del tutto inattesa, la vita che sanguinava dalla ferita.

            - Fra cento anni… e con un balzo, caricatamente gaio, ero già che bello al Gambrinus dove ho ordinato, da buon bucarestino, una sfogliatina al formaggio e una pinta di birra.

            Sempre ho avuto la fortuna di non incontrarmi più con le donne da cui mi ero separato. Tuttavia – conformemente alla sua maledizione – posso solo scrivere quello che ho vissuto, incapace di inventare, di salvarmi. Mi è rimasto però un trauma – ogni tanto telefono alla donna amata e, invece di profferire parola, le soffio grave, come un sibilo, nel ricevitore, la prova che io esisto. Dopo di che, riattacco.                             

                   



[1] Fondo pensioni riservato agli ex perseguitati politici comunisti costretti a vivere in clandestinità prima dell’instaurazione del regime sovietico.

[2] Sono i titoli di due tipici film sovietici “strappalacrime”, rispettivamente del 1947 e del 1949, diretti da Ivan Pyryev.

 

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10 December
Lesung und Gespräch mit Ioana Nicolaie
Donnerstag, 10. Dezember, um 19.30 Uhr Ort: Szimpla Café Gärtnerstrs.15, ...
 
 

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